Primitivismo
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La dolorosa esperienza della Prima guerra mondiale determina una frattura non solo nel panorama politico, economico e sociale dell’Europa, ma anche nel settore artistico, dove si registra una profonda crisi dei movimenti d’avanguardia.
Già durante il conflitto, si diffonde un nuovo orientamento stilistico, conosciuto come “ritorno all’ordine”, che vede numerosi artisti (da Picasso a Derain, da Matisse a Mirò, da Carrà a De Chirico, da Schad a Campigli, da Severini a Sironi) fare ritorno a una maniera espressiva più sobria, semplice e concreta. L’ordine che essi ricercano non è, però, quello connesso alla tradizione naturalistica o accademica di derivazione ottocentesca, bensì un riassestamento formale e compositivo, che essi realizzano attraverso il recupero degli stili passati, dai capolavori italiani del Tre-Quattrocento all’arte delle civiltà primitive.
In Italia molti artisti riscoprono lo stile di Giotto e dei maestri del Quattrocento, ma anche la pittura realistica e misteriosa di Henry Rousseau, le cui scene paiono sottratte al flusso mutevole del tempo, fissate in una dimensione puramente ideale ed eterna.
Proprio attraverso l’arcaismo primitivo e semplice della pittura di Rousseau, animata da motivi desunti dalla tradizione trecentesca, Carrà riscopre, attorno al 1915, l’ordine formale della rappresentazione e con esso il valore spirituale dell’arte, volta a cogliere non più l’apparenza mutevole delle cose, ma il loro valore ideale.
Grazie alla lezione di Rousseau, Carrà realizza opere come il “Fanciullo prodigio”, “La carrozzella” e “I Romantici”, che riportano alle primordiali sensazioni tattili dell’età infantile, allo stupore meravigliato e disarmante nei confronti del mondo, ma carico di tutta la consapevolezza dell’età adulta.




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